Lampo

Il sakè gli bruciava ancora in gola, come il sole mattutino di quel meraviglioso giorno di agosto. Il lucente splendore del mare interno era di una bellezza da togliere il fiato. Amava il mare, la Marina Imperiale, l’imperatore e amava Keiko.

Doveva dirglielo, il sakè lo avrebbe aiutato. Aveva fatto la strada che lo divideva dalla casa di lei tante, troppe volte, ma quella mattina tutto gli appariva diverso, più vivo, più vero. Voleva assaporare ogni cosa, inebriarsi con i colori, i profumi, le parole, non voleva dimenticare.

Quando si sedette davanti a Keiko non ci fu neppure bisogno di parlare, lei lo capì. Si alzò lentamente, il corpo ornato da quel kimono rosso, e iniziò a preparare il the.

Mentre compiva quel complesso rituale gli sussurrò: “Io ti aspetterò finché non tornerai, sarò tua per sempre”

“Io non tornerò Keiko, domani il mio spirito sarà un vento divino”

Lei non pianse, non parlò, ma lentamente sciolse l’obi e lasciò scivolare il kimono. Si inginocchiò davanti a lui: “Prendimi”

Si sfilò la divisa e la cinse da dietro. Senza parlare penetrò nel suo sogno mai colto, dapprima lentamente, poi la dolcezza lasciò il posto al piacere e infine a una foga quasi animale, come un ultimo segno di attaccamento alla vita.

Nel momento in cui insieme raggiunsero il piacere il lampo accecante della Bomba squarciò il cielo. Per loro fu una dolce morte.

Kathmandu

Dedicato ai sogni di Demonio e a una città meravigliosa.

Le vette innevate stregavano il suo sguardo. Ci erano voluti quasi 30 giorni per arrivare, un viaggio estenuante e difficile. Man mano che si allontanava da quello che aveva, da quello che era, il suo spirito si svuotava, si liberava. Ora si sentiva nuovo, puro… Durbar Square lo accolse come in un abbraccio, come in un utero caldo fatto di colori, di profumi di spezie e di merda, di fiori putrefatti sotto le statue di Shiva e di nuvole di hashish.

Si avvicinò a un gruppo di ragazzi che condividevano col lui il sogno di un mondo diverso. Uno gli porse un cilum e un vecchio zippo. L’odore delle pagine del suo passaporto che bruciavano mischiate a quelle della droga lo stordirono. La voce roca di Bob Seger gli pulsava nelle tempie, la chitarra tagliente di Jimi Hendrix gli scavava la pelle.

Quando infine il sole si arrese dietro il tetto della stupa una mano lo prese e lo condusse attraverso i vicoli di Kathmandu fino a una porta. La mano aprì e lo aiutò a sedersi su un tappeto lercio. Sotto gli occhi di Ganesh che lo fissavano da una piccola mensola altre mani gli portarono delle ciotole con del cibo e dell’Orange Sunshine. Dove era la sua mano… lo aveva lasciato solo?

La sua mano riapparve, lo prese e lo portò nel cortile. Tante mani lo attendevano, mani e corpi. Mani che accarezzavano, che penetravano, che grondavano. Corpi che si intrecciavano, si univano e godevano. I corpi insieme parevano un’animale, che si muoveva con le sue dieci, cento, mille parti, bocche, vagine, peni e culi. Dalla gola dell’animale uscivano rantoli e fiato, umori e vomito. E la sua mano divenne un corpo intrecciato al suo e insieme divennero parte dell’animale.

Essere l’animale andava oltre ogni capacità immaginativa: era la cosa più dolce che una mente divina potesse concepire. Dei, animali, personaggi di ere lontane, creature dei boschi, puttane, corti orientali, mitologie dei mari più profondi, tutto veniva attraversato dai flussi di desiderio che trasformavano i corpi continuamente, in un percorso in cui non riescono mai a percepirsi separatamente, un unico corpo è stato creato, un corpo che gode di se stesso e della propria autosufficienza. Sì, è stato partorito l’Ermafrodito,  le piccole menti partecipavano della sua unità, menti che ormai abitano nello stesso corpo.

Chiuse gli occhi e gridò: “Come siamo perfetti così! (cit.)

Trasgressione

Dedicato a tutti quelli che si chiedono quale sia la loro più grande trasgressione.

Quando si svegliò loro dormivano ancora. Lei era riversa sul letto, nuda, con addosso le autoreggenti e le manette lucide. I segni rossi delle frustate sulla schiena. Lui era accoccolato ai piedi del letto con dei collant strappati che gli aveva ordinato di indossare. Raccolse piano le sue cose, le ripose con cura maniacale nella sua 24 ore di pelle che si portava sempre agli incontri, si rivestì e uscì.

MarkBull faceva sempre così. Non voleva rischiare di doversi salutare, “ciao è stato bellissimo, rivediamoci”. Odiava quelle cose. Le regole del gioco le aveva sempre dettate lui. L’annuncio sui sito… “MarkBull vuole trasgredire”… un paio di messaggi in cui dava istruzioni secche e precise… poi ci si vedeva. Non voleva chiacchierare, conoscersi, lui voleva solo scopare. Scopare e dominare, era sempre stato così fin da adolescente.

Angel scrive: vuoi trasgredire MarkBull? Via Buozzi 12. Mercoledì sera ore 20. Non portare nulla, solo in tuo spirito

Il messaggio quella mattina lo colpì come un pugno allo stomaco. Cosa vuole questa? Chi crede di essere… le regole le detto io… Trasgressione, cosa ne vuoi sapere di trasgressione, stupida! E lui cosa ne sapeva di trasgressione?  Aveva mai provato davvero a trasgredire?

Alle 20 in punto di mercoledì suonò il citofono.

“Sali”. La voce era morbida, dolce, sensuale. Quando aprì Angel le apparve con un intimo delicato di seta rosa. Una vestaglia morbida le copriva le spalle.

“Rilassati amore, ora sei a casa”. Lo prese dolcemente per mano e lo portò in bagno. Iniziò a spogliarlo, lentamente, in un tempo che a lui parve infinito. Tenendolo per mano lo aiutò ad entrare nella vasca. L’acqua era calda, sapeva di rosa, e le candele tutto attorno creavano un atmosfera sensuale. Lei iniziò a lavarlo delicatamente, con una grazia che a lui pareva di geisha.

Lo fede sdraiare sul letto, si sentiva calmo, rilassato, ma eccitatissimo. Lei lo baciò delicatamente sfiorandogli appena le labbra. Si sdraiò accanto a lui posando la sua testa sul suo petto nudo. “Ora dormi caro, ti amo!”.

Lui chiuse gli occhi e venne.

 

Run!

Viola amava correre. Il più delle volte usciva dal lavoro stressata e logorata, arrivava a casa, si levava le scarpe con il tacco che adorava, indossava le ascics e andava a correre.

Il parco la accoglieva tra le sue braccia. Correva e non pensava, la musica nelle orecchie, le narici dilatate dalla fatica e dal voler respirare quell’aria che sapeva di natura… di umido…di foglie morte… di marcio.

E mentre correva, dalla leggera foschia che ristagnava nel fondo dei vialetti intravide una sagoma. Di solito a quell’ora il parco era deserto. Osservava la sagoma dell’altro corridore con fastidio. Cosa vuole, perché è venuto qui a “stuprare” la mia quiete?

Ma man mano che si avvicinava però la curiosità il lei cresceva. Chissà chi era, da dove veniva, chissà cosa lo aveva portato li. Sorpassandolo gli lanciò un’occhiata furtiva, solo per un attimo i loro sguardi si incrociarono.

Ma quando lo superò lui aumentò l’andatura e prese la sua cadenza. Poteva sentirlo dietro di se, lo scricchiolio delle foglie secche schiacciate dalle sue scarpe, il suo fiato profondo per lo sforzo, le pareva di poter percepire il suo odore tra tutti gli altri odori.

Si sentì braccata, come un animale in fuga, avrebbe dovuto aver paura, avrebbe dovuto scappare, ma la sua tensione saliva assieme all’adrenalina. Sentiva lo sguardo di lui fisso sul suo culo, il passo sempre più spedito, il suo fiato sempre più vicino. Iniziò a sentire il suo corpo che si scioglieva, come se il desiderio avesse preso il controllo su di lei. 

Quando lui la afferrò per un braccio non desiderava altro. Quando la gettò a terra e spinse il peso del suo corpo sopra di lei prese a mugulare di piacere. Sentiva il terreno freddo e umido a contatto con il ventre… sentiva le mani di lui che la toccavano… la frugavano… la costringevano. Quando il suo membro le scivolò tra le natiche piacere e dolore si fusero in un orgasmo travolgente.

Il fiato di lui rallentò, si rialzò e ricominciò a correre. Come era apparso, sparì dietro una siepe. 

Non si erano detti neppure una parola.

 

Grace

Era l’ora di chiusura e Grace stava lì, in piedi, immobile, vicino al bar del secondo piano.

Il corto vestito di cotone fiorato e le scarpe di vernice rossa dal tacco vertiginoso mettevano in risalto le sue forme perfette.

I clienti del centro commerciale erano quasi già tutti usciti e le luci iniziavano a spegnersi quando lui arrivò.

Posò a terra il borsone nero e la fissò come faceva sempre.

“Ti ho portato qualcosa di nuovo Grace, ti va di indossarlo per me?”

E come faceva sempre iniziò lentamente a spogliarla. Le scarpe, il vestito… sotto non aveva mutandine, non le portava mai.

Lui prese ad accarezzare la sua pelle bianchissima, come porcellana, ma morbida e soffice come velluto.

“Voglio vederti con i tuoi nuovi regali, ti va di indossarli per me?”

Estrasse dal borsone un tubino avvolgente di seta nera e due stivali lucidi che lentamente le infilò.

La abbracciò da dietro, tirò fuori il suo cazzo già duro dai pantaloni, lo appoggiò sul suo culo e lentamente iniziò a masturbarsi. Con l’altra mano le palpava il seno perfetto. I movimenti della mano si fecero sempre più rapidi, il respiro di lui più veloce e profondo, le nocche le colpivano violentemente il culo.

Uno schizzo di sperma caldo le colò sulla coscia nuda.

“Oh no, guarda che ho combinato, ti ho sporcata tutta Grace. Ora ti devo pulire, se no si arrabbieranno. Loro non vogliono i manichini sporchi”

Pulì la macchia con il suo fazzoletto, e come faceva sempre la baciò.

“Ci vediamo la prossima settimana Grace”.

Dedicato a ysingrinus e alla fantasia.

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Brasile

A volte ti ritrovi a contare i giorni, le ore. Un mese, solo più un mese. A volte sembra un tempo infinito, che scorre lento e pigro.

A volte mi riesce difficile affrontare con calma la vita. La mia vita che scorre sempre uguale, che mi da fiducia e sicurezza, ma che mi stringe… mi avvolge… mi soffoca. Un lavoro sempre uguale che mi sta sempre più stretto.

Vorrei che questo tempo volasse e che finalmente si possa partire.

Essere già la, in Brasile, nella casetta in mattoni rossi del sitio. Respirare i profumi del mondo e del tuo collo… contemplare i colori dei fiori e delle tue labbra che mi fanno impazzire… assaggiare in succo dei manghi e in sentire sulle labbra il sapore della tu figa… la sera in piscina, prima di dormire, contemplare il tuo corpo bagnato, fumando assieme.

Per te, che così ami la natura, che mi hai insegnato ad amarla e ad amarti. Per te, che sulle scale guardandomi mi dici “non ricordo”, con un’espressione tranquilla, per me che invece vorrei non ricordare e lavare tutto con un colpo di spugna.

La nella foresta, soli e disconnessi, nudi come una forma di ritorno ancestrale alle origini. Soli per rinascere… per ritrovare… per amarci e per scoparci.

Più niente dati, tumblr, siti, messaggi. Internet a volte mi attraversa… mi pernea… mi ipnotizza… A volte vorrei riuscire a staccare ad andare in rehab come dici tu. A volte mi piacerebbe essere come certe persone per cui la rete non è altro che un icona verde sul telefono preso con i punti della coop.

Ma poi so che oggi ti scriverò… e che quando tornerai a casa giocheremo… e che l’odore della tua pelle sarà l’unica cosa che desidererò.

Private void

L’autoradio sputava fuori a tutto volume le note di quella vecchia compilation che Paola metteva sempre la mattina quando andava a lavorare. Si stordiva di musica per non pensare alla settimana che stava iniziando, alle mail, ai clienti, ai casini.

A Paola piaceva il suo lavoro. Era account in un’agenzia di comunicazione e si occupava di tutta la parte digital. Aveva sempre adorato la rete, internet con le sue infinite possibilità, un luogo in cui poteva essere quello che voleva. Si era laureata in web marketing e ne aveva fatto il suo lavoro. Era iscritta a centinaia di siti e mailing list di comunicazione digitale, marketing on line e customer satisfaction.

E poi c’era v1viane76, c’era tumblr, il suo blog, i suoi racconti, i porno. v1viane76 era tutto quello che Paola, schiva e riservata, era e desiderava. v1viane76 era la parte di se che forse non riusciva a confessare, ma che era la più forte.

Paola sapeva che sarebbe stata una settimana incasinata, la scadenza del sito di ecommerce di Delta4 di avvicinava e il lavoro era ancora indietro. Il programmatore freelance che stava seguendo il progetto aveva fatto un gran casino ed era stato mandato via. Oggi sarebbe arrivato quello nuovo.

Seduta alla scrivania rispondeva alle mail della mattina digitando con un dito solo come era solita fare quando entrò la proprietaria dell’Agenzia.

-Paola ti presento Mattia, il nuovo programmatore. Poi passale le consegne per Delta4.

Paola rimase stupita da Mattia, era molto diverso da come se lo era immaginato. Era un uomo di forse 40 anni, una camicia elegante, golf grigio scollato a V e pantalone dal taglio classico. Ben diverso da tutti i ragazzini che si erano succeduti in agenzia negli anni e dalle loro felpone con cappuccio e magliette da nerd.

Paola aveva sempre provato una strana attrazione per i programmatori, loro sapevano entrare nelle viscere di internet, creare, dominare la rete e spesso dominare anche le sue fantasie.

Dopo mezz’ora andò da lui e gli passò il brif per Delta4. Lui la guardava intensamente, assorto. Paola si domandava a cosa stesse pensando, se la stava osservando, ma lo sguardo di lui sembrava attraversarla senza vederla.

Il quel momento il suo telefono vibrò ed emise un piccolo suono smorzato. Le notifiche sono il male ripeteva sempre Paola, ma non riusciva a eliminarle. Sullo schermo lesse UrbanFox scrivev1viane76 mi sto segando.

Scusa devo andare. Il suo cuore accelerò, doveva leggere, scrivere a quel nic che non conosceva. Entrò nel bagno dell’ufficio e mentre digitava sulla tastiera del telefono tutte le sue fantasie a UrbanFox la sua eccitazione cresceva e si impadroniva di lei. Mentre si masturbava mugulava sommessamente.

-Mandami una foto del tuo cazzo, ora la voglio!

v1viane76 ancora una volta aveva vinto.

Per due giorni Mattia non le rivolse praticamente la parola. Era come se Paola non esistesse. Ogni tanto lei entrava nel suo ufficio. Provava una sottile eccitazione a vederlo lavorare, i fogli con gli schemi scarabocchiati sulla scrivania, complicati digrammi, ma soprattutto la sua voce. Mentre scriveva fitte linee di codice sussurrava, era come una cantilena che lei trovava ipnotica.

Quella sera Paola era stanca, era stata a Milano tutto il giorno e non vedeva l’ora di tornare a casa.

“Ciao a tutti, ci vediamo domani”.
“Paola scusa, puoi venire un secondo?” la chiamò Mattia, “Io ho finito per Delta4.”
“Cavolo, bene, ma ora sono stanca, possiamo parlarne domani?”
“Certo, se vuoi ti dò uno strappo”

Paola accettò la gentilezza di Mattia, pensava che lui neppure si fosse accorto che esistesse.

Si mise al volante e partì. Non le chiese nulla e non le parlò. Arrivati davanti a un portone arrestò la macchina, la fissò intensamente negli occhi e le disse: “Sali da me v1viane76

Paola lo guardò con sguardo sbarrato. Come poteva averla chiamata così. Nessuno la aveva mai chiamata così di persona. La testa le iniziò a girare, si sentiva stordita. Si sentiva nuda come non lo era mai stata. Non disse nulla e lo seguì su per le scale, lo vide aprire la porta della mansarda che dava su un ampio salotto.

Senza parlare lui le portò un bicchiere di vino rosso e andò a farsi una doccia. v1viane76 era li in attesa, la sua figa fradicia, tutto il suo corpo fremeva. Quando lui tornò era nudo, il suo cazzo era già eretto e duro e in mano reggeva un collare di pelle nera.

“Vieni qui cagna!”, e v1viane76 a quattro zampe si avvicinò.
“Metti il collare padrone.” e iniziò a leccagli i piedi.
“Voglio il tuo culo cagna!”

v1viane76 urlò di piacere.

 

il “senso” delle parole

Il vento sferza la serra e gli alberi di ciliegio che abbiamo sul balcone. Ti sento girare per casa, sento i tuoi passi mentre cammini a piedi nudi sul pavimento di legno tiepido. Ci è sempre piaciuto camminare scalzi. 

Sento la tua presenza attorno come un alone caldo. 

Dalla cucina arriva un buon profumo di pane che ho appena sfornato. Mi piace fare il pane, impastare, attendere la lievitazione, preparare le pagnotte. Per me che vivo nella rete e grazie alla rete mi sembra un lavoro antico, bello.

Arrivi e ti piazzi in piedi davanti a me, fissandomi con quel tuo sguardo che riconosco. Con tono perentorio mi dici: Ti aspetto sotto.

Oggi tocca a te comandare, ho capito.

Finisco la sigaretta e scendo le scale. La mia eccitazione è già palpabile e visibile.

Mi spoglio e ti raggiungo in camera e tu sei lì, bella da togliere il fiato, come una dea della lussuria, in quel body nero pizzi e trasparenze che esalta le tue forme.

Mi avvicino, i nostri corpi si toccano, si intrecciano, le nostre mani e le nostre lingue cercano, assaporano, penetrano. 

Con la voce rotta dall’eccitazione mi ordini:

-Vai a prendere il plug nero.

-Si amore.

-Non chiamarmi amore. Chiamami puttana!

Sei la mia estasi e la mia vita!

le mani

Oggi ho montato la serra per le nostre piante.

Ho le mani sporche di terra e di ruggine.

Forse per il lavoro che faccio mi piace ogni tanto usare le mani e sporcarle, allenarle, tagliarle.

Tu che mi dici che sono bravo con le mani. 

Mani che che sanno correre veloci sulla tastiera quando lavoro, mani che costruiscono lego, che accarezzano bambole, che accarezzano te.

Tu che mi dici che sono bravo con le mani sulle cose e su di te.

Mani che vogliono coccolarti, accenderti, farti fremere e urlare. 

Mani che vorrebbero esplorarti, legarti, prendere il tuo sapore fino ad avere i polpastrelli ruvidi per i tuoi liquidi.

Accetta queste mie mani come fossero un pegno e un dono.

All alone, or in two’s,

The ones who really love you

Walk up and down outside the wall.

Some hand in hand

And some gathered together in bands.

The bleeding hearts and artists 

Make their stand.