I castelli

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I tuoi abiti piegati ordinatamente sul letto. I tuoi completi intimi, le autoreggenti, come pezzi di mio desiderio allineati con garbo. Le scarpe nere lucide dal tacco sottile accanto alle infradito lilla. Questa sei tu. Le tu due anime che convivono. E così abbiamo preparato le valige, anche se il volo è tra due giorni, perché a te piace che tutto sia fatto per tempo, seguendo quello che pare un rituale dai ruoli prestabiliti.

A me tocca disporre tutto in valigia, sai che lo farò con cura, secondo i miei schemi che si ripetono uguali. E mentre dispongo ogni tuo indumento e come se ti accarezzassi con tocco lieve. In ognuno mi pare di sentire il profumo della tua pelle, le rotondità del tuo seno, il sapore del sesso. E mi guardi mentre compio quei gesti, sdraiata sul letto, con lo sguardo sereno. La tua parte è finita, ora puoi assistere da spettatrice alla mia.

Questo viaggio l’ho atteso a lungo, lo sai. La casa sulla spiaggia, prenotata prima che arrivasse l’uragano che ha rischiato di spazzarci via, ora è diventata per me qualcosa di diverso, di importante. La, nell’oriente che ci ha sempre stregato, che è stato per noi fonte di pace, sia una culla di rinascita.

Perché non si può cancellare tutto con un dito, come se fosse un post di un blog. E certe parole e certi tag non svaniscono, ma si cancellano piano, affievoliscono, come un castello di sabbia sulla spiaggia che viene mangiato dalle onde. Me li ricordo quei castelli, come parevano imponenti, indistruttibili, tetri. Castelli che ci eravamo costruiti attorno, un granello dopo l’altro. Castelli che ci potevano soffocare. Castelli di bugie e di silenzi, di desideri non soddisfatti e di attenzioni non date, di incomprensioni e di tradimenti.

Che il mare d’oriente, con le sue onde calde, spiani per sempre tutto questo. Una lenta mareggiata nella notte lasci solo una spiaggia liscia e morbida come la tua pelle su cui sdraiarci assieme e fare l’amore.

E a questa bolla di vita che è il mio blog, che è diventata importante e so che mi mancherà, come mi mancherete voi con cui scherzo, condivido, commento, voi che mi avete aiutato, forse senza saperlo, voi a cui io dico grazie, voglio augurare buon Natale.

Ma la, nella nostra casa sulla spiaggia, voglio che ci sia posto solo per noi.

Il gioco delle coppie

 
“Facciamo il gioco delle coppie?”
Si

Entriamo al ristorante e scegliamo un tavolo in fondo. Ci sediamo uno accanto all’altro per guardare nella stessa direzione.

Davanti a noi una grande tavolata, otto persone, 4 coppie, una manna. A volte i pranzi di Natale hanno i loro vantaggi. Tutti belli tirati a lucido nel loro vestito buono, con i loro pacchettini in sacchetti di plastica da discount riciclati.

“Hai 10 secondi”

Scruti con attenzione tra le possibilità…

Quella con il caschetto e il vestito blu, il marito è carino

La prescelta da ordini al marito che la fissa con sguardo dimesso. Le porta la borsa e i regali, lei si siede per prima e dice a lui dove mettersi, forse gli sceglie anche cosa mangiare.

“Troppo dominante, non ti piacerebbe che qualcuna prendesse il tuo posto”
Hai ragione, tocca a te… hai 10 secondi

Osservo.

“La biondina dai capelli lunghi? Lei è carina”

Lei non parla, il marito, rotondo e pelato in un orrenda giacca a quadri, le legge i piatti dal menù. Lei annuisce. E l’unica a bere acqua.

Non dice una parola. Proviamo a restare su qualcosa di vivo?”
“Si, non sarebbe divertente… 10 secondi per te”

Guardi.

Quella alta con il nanerottolo?

Lei indossa un vestito rosso, il marito, che a stento le arriva alla spalla, parla senza sosta. Dalle facce di tutti si capisce che a nessuno interessa quello che dice. Anche a lei non interessa, ma si vede che ha sviluppato la capacità di riuscire a non ascoltarlo.

“Se lui parla così tanto anche a letto mi tocca soffocarlo”.
Ridi, “Vero, ne resta solo una allora“.

Lei indossa un vestito a tunica cortissimo e scollato bianco, rossetto e smalto rosso fuoco e stivaletto lucido con tacco. Non fosse per i 20 chili e i 10 anni in più non sarebbe male.

Ci alziamo, sinuosa e morbida cammini verso di lei sui tuoi tacchi rossi. La fissi con il tuo sguardo magnetico. Come conosco quello sguardo. Lei si accorge di te, non capisce, pare turbata.

I tuoi occhi la scrutano, la osservano, la spogliano, la palpano. Ma quando le passi accanto ti giri verso di me e mi baci.

Ci abbracciamo e camminiamo verso l’uscita ridendo.

La riunione

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La tua voce mi fa impazzire, quando ci sentiamo e tu sei al lavoro, ti immagino nel tuo vestito aderente che abbraccia il tuo corpo sensuale e nelle tue scarpe alte.

Sei incasinata, e mi rispondi secca, irritata.

Ti immagino in quell’ufficio luminoso, con quella scrivania di vetro nero lucido che più volte è stato frutto delle mie fantasie.

E lo so che quando esci poi mi chiami con voce sollevata, allegra, da ragazzina. E mi racconti appena di cosa hai fatto, della capa del personale ti ha chiamato e ti ha fatto una bella sorpresa, e che mi vuoi.

Oggi avete la riunione con i dati del semestre. Ti immagino seduta sulla sedia arancione con le gambe incrociate mentre ci scrivevamo. Sul palco l’oratore di cui non ricordi il nome continuava a elencare nomi, cifre e complicati diagrammi.

Immagino le sedie ben allineate, le cartelline disposte con cura sulla scrivania all’ingresso della sala, le slide dalla grafica elegante e curata. Perché tu queste cose le noti, per te ogni particolare è importante, tutto deve essere perfetto… e lo è.

E mentre nella sala tutto scorre come secondo un copione, finalmente ti rilassi. Estrai il telefono con aria assorta, fingi di leggere improrogabili mail aziendali e mi scrivi.

Distinti professionisti in abito elegante, giacche formali, cravatte impeccabili, tacchi vertiginosi. So che ti eccita essere in mezzo a tutta quella gente, che ti stuzzica sentire i loro occhi addosso, sapere che ti stanno guardando digitare sullo schermo del tuo telefono immaginando cosa tu stia scrivendo, sentire il loro sguardo che scivola sul tuo corpo, sul tuo abito che ti fascia e mette in risalto il tuo seno, sulle tue gambe in parte scoperte, sulle tue scarpe rosse lucide dal tacco sottile.

E eccita anche me… e ci scriviamo.

Dove sei ora?
“C’è la riunione”

Sei seduta?
“Si”

Mandami una foto delle tue gambe
“Si”

Hai le autoreggenti?
“Si”

Fammele vedere!
“Si”

Tiri appena su la gonna per far intravedere il bordo nero delle calze …

“Sono tua”
Sono tuo”

Il post

Dedicato alla sensuale m3mango e alla sua sigaretta che fa sognare tanti di noi.

Finì la birra, accartocciò la lattina e la gettò nel cestino sotto il tavolo della cucina, mancandolo come spesso accadeva. Viveva da solo, in quell’appartamento nella periferia di una grande città del nord. La casa dimostrava il disprezzo che lui provava per la vita. Da quando lei se ne era andata lasciandolo per un altro, lui era regredito a livello quasi animalesco.

“Non ne posso più… ti ubriachi, non mi guardi neppure più, tra noi non c’e’ stato più nulla da due anni ormai! Come fai a fare quella faccia sorpresa! Basta!”

E lei era uscita per sempre sbattendo la porta. In mano quella vecchia valigia marrone che mille anni prima gli avevano regalato per il loro matrimonio e che lui non aveva più voluto usare. La sua vita si era rinsecchita, il suo mondo collassato su se stesso. Ora era solo.

Con un rutto scacciò via quei pensieri, il sapore misto di acido e di birra di quart’ordine gli riempì la bocca. Il fumo della sigaretta e l’odore acre del suo sudore avevano impregnato l’aria, le pareti, il divano su cui la sera si addormentava. Spense il mozzicone sul pavimento cosparso di immondizia con le sue scarpe da lavoro imbrattate di fango e iniziò a mangiare.

Di ritorno dal cantiere dove lavorava si era fermato nella sua gastronomia cinese. Lo conoscevano bene oramai… tutte le sere ordinava le stesse cose.
A tutti appariva come un uomo disfatto, la pancia sformata dalle troppe bevute, la tuta sempre più lurida, la barba e i capelli incrostati.

Oramai solo quelli che lo conoscevano bene potevano intuire che sotto quella scorza di disperazione e di sporco, oramai quasi sopita, ardeva ancora una debole fiamma. Una fiamma gentile, quello che restava della sua umanità.

E lui la riversava tutta li, in quello stupido blog, in quel posto che era un sogno e dove lui poteva essere quello che voleva. Scrisse come tutte le sere di getto… vomitando fuori le parole. Rilesse avidamente quelle righe, che quasi gli sembrava non gli appartenessero, che erano quello che lui forse avrebbe voluto o potuto essere se solo le cose fossero andate diversamente. Scelse con cura la foto, perché la foto era importante, forse la cosa più importante.

Pubblicò e attese.

I like, i commenti, rispondeva sempre, a tutti. Lui che non parlava mai con nessuno li era libero. Nessuno lo giudicava per quello che era, per quello che gli aveva fatto la vita e per come era diventato.

Per tutti loro lui era solo m3mango.

 

L’invito del capo

Ok, va bene oggi ho le balle girate. Non è a causa vostra, lo so. Non ve ne sto facendo una colpa, davvero! Gentilmente non vi sopporto, miei cari colleghi. Ad onor del vero dopo un paio di risposte a grugniti quasi tutti voi, dotati di perspicacia, avete capito e mi state lontani.

E io, standomene per i fatti miei, sto decisamente meglio. Una bella passeggiata in pausa pranzo in questo schifo di quartiere dominato da due centri commerciali e quattro supermercati, in cui qualche genio dell’urbanistica è riuscito a collocare quello che definisce un giardino dentro lo scheletro di uno stabilimento industriale dismesso. Enormi palazzoni multicolore che sono la peggiore eredità delle olimpiadi del 2006.

Ma non mi importa, il camminare mi fa bene, uscire, starmene un po’ per i fatti miei. Telefonarti e sentire la tua voce… adoro la tua voce, sempre.

Qualche ora e torno da te.

Rientro in ufficio, apro Outlook e leggo la mail:

Da: Il capo
Inviato: mercoledì 16 dicembre 2015 13:22
A: Tutti
Oggetto: biccherata d’auguri

E’ sempre bello chiudere un anno di lavoro facendoci gli auguri per l’avvio di un nuovo ciclo che speriamo sia ricco di stimoli e prospettive nuove!
Siete tutti invitati Martedì 22 dicembre alle ore 19.00 per un Apericena con brindisi.
Per esigenze organizzative è gradita la conferma entro venerdì 18.
Grazie a tutti!
La direzione

e che palle!

Careful with that axe eugene

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A volte invidio le donne, possono essere nervose e irritabili una volta al mese, o giù di li, senza che le si possa incolpare di nulla. Mia madre era una vera professionista in questo, credo avesse una sindrome premestruale di 15 giorni in cui diventava sempre più intrattabile. E mio padre la guardava con quell’aria tenera ed accondiscendente, la capiva e la amava… Si, mamma è un pò nervosa… cose da donne mi diceva.

Ecco, in questi giorni sono così anch’io. L’umore varia tra il nervoso andante e l’incupito solitario… e non so cosa sia peggio.

E no, la mattina quando entro in ufficio e non saluto nessuno non è perché sono colto da improvvisa e momentanea cecità, tranquilli, vi ho visti… solo che non ho voglia di parlarvi.

E no, se mi inviti a prendere un caffè, così dai migliora… che oggi mi sembra che tu ti sia alzato con la gamba sbagliata… no, non migliora.

Sarà la chiusura di un po’ di questioni lavorative aperte… perché si sa, del tuo lavoro non frega un cazzo a nessuno, ma per fine anno bisogna finire tutto in modo poi che a Gennaio sia tutto pronto. E a Gennaio vorrò proprio vederli sti log file!

Sarà che è fine anno anche per me e il mio lavoro, che di solito adoro, in questo periodo mi stringe e mi costringe… un po’ come quel bel maglione, che ti è sempre piaciuto e ti ostini a non dare via, ma che alla fine è infeltrito e liso e la lana ti punge la pelle dandoti fastidio. Spesso mi parli del tuo di lavoro e anche se forse non saprei farlo, mi sembra di respirare aria fresca.

Sarà che abbiamo iniziato a preparare le valige, perché tu devi fare sempre tutto per tempo, e vederle li accanto alla porta tutte le mattine mi fa venir voglia di partire e scappare più che delle solite cose. Io sono abitudinario, lo sai, e per un abitudinario il trovare soffocante la routine è lacerante.

Sarà che davvero spero che questi giorni di pace con te spazzino via tutto quello che è stato.

Careful with that axe eugene…


Però alla fine ti ritrovi a scambiare due parole con un gatto… e scopri che ti fa piacere, che non è vero che non hai voglia di parlare con nessuno.

La rabbia e l’amore

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Dedicato a Gintoki, alla sua casa meravigliosa e ai suoi post che trovo fantastici.

In quei pomeriggi ancora caldi di inizio autunno la natura era rigogliosa, buona, come una madre che lo accudiva, che lo accarezzava con lievi tocchi di foglie morbide, lo coccolava con profumi di fiori, lo rassicurava con la sua voce di vento attraverso gli alberi. La madre che lui non aveva mai avuto. La mancanza di tutta la sua vita, la mancanza che lo aveva reso quello che era.

Non aveva mai avuto nessuno accanto, era sempre stato solo, dimenticato. Ma in quel parco di quella grande villa la Madre le aveva regalato lei, il suo amore. Tutti i giorni aspettava trepidante di uscire in giardino per cercarla, ed era sempre li che lo aspettava. Passeggiava nel grande parco con lei, cinta solo da un lenzuolo bianco. Non aveva bisogno di parlare, solo qualche parola sussurrata. Lui sapeva che che lo capiva, comprendeva i suoi pensieri che per gli altri spesso non avevano senso, significato.

Anche quando arrivavano i suoi giorni cattivi, la parte di lui che odiava, che cercava con tutte le sue forze di scacciare, ma che regolarmente vinceva, lei gli stava vicino, non lo giudicava, non lo compativa. La sua presenza lo calmava, leniva il dolore e la rabbia che lo trasformava. La dolcezza contro l’ira, il suo amore contro il vuoto dell’anima.

Non si curava mai degli altri mentre passeggiava in sua compagnia, anche se commentavano, parlavano, correvano, urlavano. Silenzioso e lento passava loro accanto fissando negli occhi il suo Amore. Non si erano mai toccati, sfiorati, ma si amavano. A lei bastava così. Lui non aveva più bisogno di quelle cose, aveva rinunciato ai piaceri della carne tanto tempo fa, non ricordava neppure quando, ma ricordava il perché.

Ricordava i suoi sogni impuri su quella madre che non aveva mai conosciuto, come la immaginava, come la desiderava. Ricordava il tormento che non riusciva a sopportare, con cui non voleva e non poteva convivere. Ricordava il suo lui cattivo, di cosa lo costringeva a fare, Ricordava la vergogna per i suoi atti che tutti dicevano contro natura. Ricordava dell’unica volta che aveva vinto contro l’altro, infliggendosi quella mutilazione che lo aveva straziato.

Ricordava l’ambulanza, i medici, l’affannosa e disperata corsa contro il tempo per salvarlo… e ricordava che avrebbe voluto urlare, fermarli… Lasciatemi morire, che l’altro muoia con me.

La sera i medici lo venivano a prendere quando doveva rientrare nel grande ospedale psichiatrico. Dalla finestra della sua stanza, prima di dormire, si affacciava al finestrone che dava sul giardino. La figura del suo grande Amore, che solo lui poteva vedere lo attendeva in piedi brillando alla luce della luna.