Nesea

mare

Lui e il mare erano sempre stati una cosa sola. Inspirò profondamente fino a che la salsedine non gli penetrò nei polmoni. Il suo respiro era un tutt’uno con quello del mare, il suo petto si muoveva ritmico assieme alle onde mentre il sole tramontava in un rosso di sangue e di passione. Sapeva che stanotte lei sarebbe venuta da lui.

Non aveva mai amato la gente, i rumori, le case, il porto. Come sua madre. Lei era stata l’unica persona della sua vita. Lei era diversa da tutti, anche in lei c’era il mare.

Le aveva sempre detto che lui era un dono, un dono speciale. Un dono che si sarebbe portato dentro per sempre, come il suo nome, Tritone, il nome di suo padre. Quando le raccontò per la prima volta di lui aveva forse 10 anni, le parlò del suono del corno di conchiglia che sentiva quando lui la veniva a trovare. Le parlò dello spumeggiare delle onde, dell’amore, della passione e di come fosse nato.

Seduto sulla spiaggia di quello che era poco più di uno scoglio nell’immenso blu dell’Egeo fissava le onde e la aspettava. La pelle bruciata dal sole, il volto scavato dal vento, le mani graffiate e indurite dalle reti. Non sapeva leggere o scrivere, ma per lei nella mente componeva canzoni e versi. Perché il mare non ha bisogno di libri e di parole scritte per sentirne la poesia.

D’un tratto avvertì la sua voce, dolce come le onde che lambivano la spiaggia. Lei sorse dall’acqua. La pelle brillava di madreperla, liscia e vellutata. I lunghi capelli neri ornati di perle erano il suo unico indumento.

Quante volte era stato seduto sulla spiaggia a sentire il suo canto. Vuote e aride le parevano le liriche che componeva per lei a confronto. Roche e sgraziate le voci degli uomini. Per la prima volta dopo tanti anni lei gli si avvicinò e tese la mano.

“Vieni figlio del mare…”

Si abbracciarono dolcemente, sentiva la morbida pelle di lei che sapeva di salsedine e di alghe. Le accarezzò il volto e la baciò.  Erano stesi sul limitare della battigia, bagnati dalla spuma. Le onde man mano si facevano più intense, seguendo il movimento dei corpi, del suo bacino, il suo respiro. Il corpo di lui, che mai aveva conosciuto una donna, si muoveva come dominato da una strana forza. La voce di lei d’improvviso si levò, forte e imperiosa come una tempesta, di cui lui era in balia. Cavalloni impetuosi lo sommersero.

Ora lei era in piedi davanti a lui, bianca e bellissima. In braccio recava una bambina. Gliela porse. Prese quella creatura e se la portò al petto abbracciandola. La guardò e capì di amarla. Aveva gli occhi di un blu profondo, come lui e come sua madre.

“La chiamerai Nesea, come me, come sua madre! Lei è il tuo dono!”

“Tornerai da me?”

“Cosa mi chiedi, noi siamo una cosa sola. Io sarò sempre tua.”

Si rese conto che di lei, fino ad allora, non aveva conosciuto neppure il nome.

 

Ispirato dalla canzone che da questa mattina ho in testa e non riesco smettere di ascoltare

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42 thoughts on “Nesea

  1. Bene…letto,ascoltato pure un Dalla d’annata che non fa mai male! Bel racconto carico di phatos!Unico appunto se posso è che nel leggere tutto d’un fiato anche se il periodo è staccato non s’avverte(almeno io non l’ho avvertito subito!) lo stacco temporale tra la fine dell’incontro terra-mare e la successiva presentazione della creatura dagli occhi azzurri! Insomma, per come l’ho letta io (ma magari è un mio difetto eh!) pare che sta creatura stava li con loro parcheggiata a guardare!:-D

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