Roma, caput mundi.

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Dedicato a m3mango e al suo amore per Roma, una città meravigliosa.

Era pomeriggio tardi e da molte ore era in piedi sotto il rovente sole estivo, alle sue spalle l’imponente mole dell’anfiteatro Flavio.

Il pesante elmo crestato di rosso gli premeva sul capo e sul collo, rendendo la calura estiva insopportabile. L’armatura muscolata scintillava agli ultimi raggi del sole e un pesante gladio pendeva dal suo fianco.

Era un lavoro duro il suo, anche se non sembrava, ma lo aveva scelto lui. Tutti lo conoscevano. Marco Proximo Scipione, così lo chiamano, il più forte centurione di Roma.

In quel tardo pomeriggio il suo sguardo fu catturato da una donna. Era seduta su un muretto di pietra poco distante da lui e lo fissava. Era abituato alla gente, né passava tantissima ogni giorno davanti all’immenso anfiteatro, per quello i centurioni erano schierati lì davanti, ed era abituato ad essere guardato da tutti.

Ma quello sguardo aveva qualcosa di sensuale. Occhi scuri leggermente allungati, forse orientali. Negli anni aveva imparato a riconoscere da quale parte del mondo provenissero le persone, ma con lei non ci riusciva.

Barbara!“, pensò, e sorrise. Lei ricambiò il sorriso, come se fosse rivolto a lei. Lui distolse lo sguardo. Osservò la folla, l’arco di Costantino, i meravigliosi palazzi. Si distrasse inebriandosi di tanta bellezza. Dopo i molti anni di servizio lo affascinava ancora.

Lei continuava a fissarlo. Non aveva distolto gli occhi da lui per un solo istante. Anche lui ora la fissava. I due sguardi si attiravano, come magneti in mezzo alla gente. Man mano che la guardava e si perdeva in quello sguardo, tutto attorno spariva, gli sembrava che rimanessero solo i suoi occhi orientali.

Andò verso di lei attirato da una strana forza e senza parlare la baciò. Lei lo strinse, poteva sentire il contatto delle sue mani attraverso l’armatura. Si avviò verso la casetta di legno dove i centurioni si cambiavano tenendola per mano.

Chiuse la porta. Lei le disse qualcosa in una lingua a lui sconosciuta. Lentamente si fece scivolare di dosso la leggera veste bianca che indossava, lo liberò dal pesante pettorale e si inginocchiò davanti a lui.

Mentre la sua bocca gli donava brividi di piacere, i loro sguardi rimasero incollati. Non poteva staccarsi da quello sguardo. La issò con le braccia e le appoggiò la schiena contro la parete di ruvido legno. Ansimava mentre la prendeva e lei le sussurrava parole in quella lingua straniera. Il loro respiri si fecero un rantolo, sempre più forti, spudorati, ma per loro ora esistevano solo il piacere e quello sguardo. Non importava che qualcuno potesse arrivare, aprire quella porta senza serratura e sorprenderli. Tutto il resto non esisteva più.

Quando l’orgasmo li prese, assieme, si stesero per terra esausti per lunghi minuti. Lei le sussurrò un ultima frase nell’orecchio, gli diede un tenero bacio, rimise il suo vestito e uscì.

Massimo Scippi rimase ancora per un attimo steso per terra immobile. Raccolse il suo costume e lo ripose sullo scaffale, con la solita meticolosa cura. Indossò jeans e maglietta e aprì la porta. Lei era sparita. Era sera oramai e pochi turisti rimanevano ancora attorno al Colosseo. Domani sarebbe stato nuovamente li per la loro gioia e per le loro foto. Ma non sarebbe mai più stato un giorno come oggi. Il gladiatore avrebbe portato quello sguardo nella sua memoria per sempre.

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