Nozze d’argento – in collaborazione con Orso Romeo

strapon

Tempo fa Orso Romeo mi inviò questo meraviglioso racconto, ispirato da questo mio disegno. La sfida nasceva dal provare a scrivere qualcosa riguardo all'”altra metà del cielo”. Un periodo incasinato ha fatto si che questo testo rimanesse troppo tempo nella mia mail. E’ tempo di donarlo a voi come lui l’ha donato a me. Un immenso grazie a Romeo!

Avevano venticinque anni quando hanno deciso di sposarsi. Lei stava terminando l’università, lui aveva appena trovato un lavoro. Non c’era nessun figlio in arrivo, era la passione che decideva. Avrebbero potuto fare un update al kamasutra, erano come il cubo di Rubik, capaci di scombinare i propri colori, senza avere la minima idea di come rimetterli a posto, ma in un battito di ciglia i colori tornavano in ordine sulle sei facce del cubo.

Se i contrari si escludono a vicenda, gli opposti invece si generano e si rigenerano, e loro erano così, avevano bisogno l’uno dell’altro per esistere. Se le narici e le sue orecchie avessero avuto l’apertura della sua vagina, lei avrebbe permesso al suo cazzo di penetrare anche quegli orifizi. E in quelle scopate, sette giorni su sette, capivano che insieme erano una cosa sola.

Dopo cinque anni di matrimonio, le giornate dedicate alle scopate hanno cominciato a riempiersi dei vagiti del primo figlio, poi delle sue urla e delle sue risate. Si scopava cinque volte a settimana, ma la passione era ancora accesa, a letto avevano ancora quella voglia di liberarsi da una cravatta stretta e da un tailleur troppo scuro. Ritornavano animali che scopavano, si amavano, ansimavano e godevano.

Nel decimo anniversario di matrimonio e un secondo marmocchio che girava per casa, le scopate erano diminuite, quattro giorni su sette, ma erano più regolari, più tecniche, meno frenetiche e la fantasia era stata macchiata da tazzine di caffè senza zucchero. Ma avevano sempre una voglia di stare insieme, di ritrovarsi dopo che si erano persi nella loro quotidianità, perché loro si sentivano sempre opposti e complementari, e la complementarietà esprime un concetto di unione, dove non sarebbero stati completi l’uno senza l’altro.

Dopo 15 anni di matrimonio i dialoghi hanno cominciato a striminzirsi, spesso erano monosillabi, a volte ci si ascoltava con distrazione, altre volte per mancanza di tempo, ma quelle due o tre volte la settimana, si sforzavano di non perdere il loro contatto carnale, quel loro ritrovarsi fra le lenzuola di lino e il profumo di cedro e cannella, che aleggiava la sera nella loro camera da letto.

Al ventesimo anno di matrimonio le parole hanno subìto una nuova trasformazione. I “fottimi”, “scopami in questo modo”, “prendilo in bocca mentre guardo un porno” sono stati sostituiti dalle discussioni sul mutuo, dalle bollette da pagare e dalle polemiche suscitate dalle professoresse per il comportamento indisciplinato dei figli a scuola.

Alle nozze d’argento avevano deciso di regalarsi una serata tutta per loro. I figli a casa di amici. Una cena a lume di candela nel ristorante più “in” del momento, e più tardi dedicarsi a una sana scopata, ma in un modo in cui non l’avevamo mai fatto. Lei prende un cazzo finto e comincia a penetrarlo e nello stesso momento a masturbarlo. Volevano sperimentare. Volevano godere. Volevano ritrovarsi. E dopo avere raggiunto l’orgasmo, in tempi brevissimi, meccanico quello di lui e finto quello di lei, sdraiati sul letto hanno cominciato a fissare le crepe sul soffitto.

Non ricordavano quante volte si erano ripromessi di chiamare un imbianchino, per dare una nuova verniciata alla camera da letto, ma ogni giorno passava e l’imbianchino non lo chiamavano mai. E in quelle crepe, negli anni si sono insinuate le loro parole, i loro orgasmi, la loro intimità. Adesso erano lì, buttati sul letto, senza dirsi una parola, non più complementari, ma simmetrici, mentre sul lento scemare degli ansimi dell’ultimo orgasmo, pian piano subentrava il tedioso rumore della noia.

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