Vespetta… eccomi!

Chiave inglese e cacciavite. Riattaccare i cavi della batteria alla vespetta sancisce in modo ufficiale il termine delle mie vacanze. Il motore tossisce, sbuffa dopo un mese di sosta forzata in garage. Ogni volta c’e’ un po’ di patos, chissà se vorrà saperne di ripartire o se mi toccherà spingerla dal garagista / elettrauto sotto casa che, con sguardo sornione e salopette blu d’ordinanza, sta appoggiato al muro dell’officina in attesa di donzelle da salvare e clienti da spennare.

Ma stamattina no, dopo un paio di tentativi si avvia, è andata bene.

Dopo due settimane e 2000 km di auto sono felice di tornare sulla mia vespa. E come al solito mi fa uno strano effetto potermi nuovamente muovere agile e guardare le facce sconvolte degli automobilisti, con cui condivido probabilmente il destino del primo giorno di rientro dalle vacanze. Anche la mia di faccia deve essere un po’ come la loro, ma il rientro dopo tutto non è stato così traumatico.

Già meglio di un paio d’anni fa che dopo essere tornato la domenica notte, con 8 o 9 ore di jet lag, con 4 ore di sonno alle spalle la mattina del lunedì, senza capire se a quell’ora il mio corpo mi chiedesse di mangiare, dormire o che altro, mi presentavo baldanzoso in sella alla mia vespetta. Dopo un solo isolato venivo fermato da un vigile con uno sguardo a metà tra il perplesso e l’incazzato.

“Dove sta andando così?”

Capii subito che la domanda doveva essere un trabocchetto, ma nonostante questo non trovai meglio da rispondere: “Al lavoro…”

“Senza casco?”

Per meglio capire la situazione dovete sapere che io sono un po’ fissato con la sicurezza, vista anche la brutta esperienza vissuta da un caro amico e, anche d’estate, sfidando le temperature equatoriali, indosso sempre giacca con protezioni, guanti di pelle e casco integrale (guardando a volte con un misto di rimprovero, ma anche di invidia, i ragazzetti che mi sfrecciano accanto in infradito e maglietta).

Al vigile si presentava davanti dunque un demente vestito come se dovesse affrontare una gara di motocross, ma su una vespa e senza casco.

Urgeva immediatamente sfoderare lo sguardo contrito e sottomesso migliore che potessi fare. Biascicando qualche parola di scusa scesi lentamente di sella. Sempre con movimenti lenti, tipo sparatoria all’O.K. Corral aprii la sella ed estrassi il mio casco.

Sapevo che la mia patente, la mia vespa e parte del mio conto in banca erano legati a un filo. Indossato lentamente il casco e senza smettere la mia maschera da bambino profondamente affranto dissi: “Fatto”

“Primo giorno?”

Forse era fatta…

“Si”

“Vada, e faccia attenzione!”

Per scontare le mie colpe, per tutto il tragitto d’andata rimasi scrupolosamente in coda senza azzardare neppure un sorpasso.

 

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