Tolkieggiando – 6 di 7

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Gollum o Sméagol o Trahald

Gollum: Sméagol… Perché piangi, Sméagol?
Sméagol: Uomini crudeli ci fanno male. Il padrone ci ha ingannati!
Gollum: È naturale. Te l’avevo detto che ingannava. Te l’avevo detto che era falso.
Sméagol: Il padrone è nostro amico. Nostro amico.
Gollum: Il padrone ci ha traditi.
Sméagol: No! Non sono affari tuoi! Lasciaci in pace!
Gollum: Luridi piccoli Hobbit! Ce l’hanno tolto, rubato!
Sméagol: No, no.
Faramir: Cos’hanno rubato?
Gollum: Il mio… tesoro! Aaah!

Tolkieggiando – 5 di 7

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Gli Argonath

«Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re!», gridò Aragorn.

Le grandi colonne parvero ergersi come torri incontro a Frodo, trascinato verso di esse dalla corrente. Egli ebbe l’impressione di vedere dei giganti, grandi, grigi e massicci, muti e minacciosi.

Ma poi si accorse che le rocce erano effettivamente scolpite e modellate: l’arte e la forza antiche le avevano lavorate, ed esse conservavano ancora, attraverso le intemperie di lunghi anni obliati, le possenti sembianze che erano loro state date.

Su grandi piedistalli immersi nelle acque due grandi re si ergevano: immobili, con gli occhi sgretolati e le sopracciglia piene di crepe, fissavano corrucciati il Nord.

La loro mano sinistra era alzata, con il palmo rivolto verso l’esterno, in segno d’ammonimento; nella mano destra reggevano un’ascia; in testa portavano un elmo e una corona corrosi dal tempo.

Erano rivestiti ancora di una grande potenza e maestà, silenziosi guardiani di un regno scomparso da epoche immemorabili.

Tolkieggiando – 4 di 7

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Galadriel, Dama di Lórien, custode di Nenya

«Tu mi daresti l’Anello di tua iniziativa! Al posto dell’Oscuro Signore vuoi mettere una Regina. Ed io non sarò oscura, ma bella e terribile come la Mattina e la Notte! Splendida come il Mare ed il Sole e la Neve sulla Montagne! Temuta come i Fulmini e la Tempesta! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi ameranno, disperandosi!».

Levò in alto una mano, e l’anello che portava irradiò una gran luce che illuminava solo lei, lasciando tutto il resto al buio.

In piedi innanzi a Frodo pareva adesso immensamente alta, e il fascino della sua bellezza era insostenibile.

Ma poi lasciò ricadere il braccio, e la luce scomparve, e improvvisamente rise, e si rimpicciolì: tornò ad essere un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce morbida e triste.
“Ho superato la prova”, disse. “Perderò i miei poteri, e me ne andrò all’Ovest, e rimarrò Galadriel”».

Tolkieggiando – 3 di 7

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Gandalf

Il vecchio chinandosi si sedette su una bassa pietra piatta. Fu allora che il suo manto grigio si aprì, ed essi videro senza dubbio possibile che l’abito sotto era completamente bianco.
“Saruman!”, gridò Gimli balzando avanti con l’ascia in pugno. “Parla! Dici dove hai nascosto i nostri amici! Che cosa hai fatto di loro? Parla, o lascerò che il tuo cappello una traccia che anche uno stregone riuscirà difficilmente a cancellare!”

Il vecchio fu più rapido di lui. Saltò in piedi, e con un balzo salì su di una grande roccia. Ivi si eresse improvvisamente, giganteggiando. Il cappuccio e gli stracci grigi giacevano in terra, e le bianche vesti brillavano.

Levò il bastone, e l’ascia sgusciò via dalle mani di Gimli, cadendo con fragore sul terreno. La spada di Aragorn, rigida nella sua mano paralizzata, sfavillò di fuoco improvviso. Legolas lanciò un urlo e scoccò una freccia in alto verso il cielo: scomparve in una vampata di fiamme.

“Mithrandir!”, gridò. “Mithrandir!”
Bentornato, ti ripeto, Legolas!”, disse il vecchio.
Lo guardavano tutti stupefatti. La sua capigliatura al sole era candida come neve, e la sua veste bianca e splendente; gli occhi sotto le folte sopracciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere.
Paralizzati dalla meraviglia, dalla gioia e dal timore, rimasero senza parole.

Infine Aragorn si scosse “Gandalf!”, disse. “Al di là di ogni speranza tu giungi a noi nel momento del bisogno! Qual velo copriva i miei occhi? Gandalf!”

Gimli non parlò ma cadde in ginocchio portando una mano alla fronte.

“Gandalf”, ripeté il vecchio, come se avesse ritrovato fra vecchi ricordi una parola da tempo in disuso. “Sì, era questo il mio nome io ero Gandalf”.

 

A tutte le donne della mia vita

8 marzo 2017

A tutte le donne della mia vita, quelle che mi sono state accanto, che mi hanno nutrito, stregato, aiutato e ferito.

A quelle che mi hanno reso quello che sono, a tutte quelle che mi hanno plasmato e a tutte quelle che si sono fatte plasmare.

A tutte quelle che mi hanno cresciuto e compreso. Anche quando non era facile.

A tutte quelle che mi hanno insegnato, sgridato, motivato. A quelle che mi hanno fatto capire quanto sia importante cedere alle proprie passioni.

A tutte quelle che credendoci mi hanno detto ti amo, a tutte quelle a cui l’ho detto io.

A tutte quelle che mi hanno dato un bacio anche se ora forse non lo ricordano quasi più.

A tutte quelle che non potrò mai dimenticare.

A tutte quelle che doveva essere per sempre e per sempre non è stato, ma abbiamo camminato assieme.

A tutte quelle che mi hanno donato la loro amicizia, le loro confidenze ed hanno ascoltato le mie.

A tutte quelle che si sono fidate di me.

A tutte quelle con cui ho giocato, scherzato e con cui ho provato sensazioni.

A tutte quelle che mi hanno dato tutto e per poco non lo hanno distrutto.

A tutte quelle che mi hanno regalato le gioie più grandi della mia vita.

A te.

A tutte le donne della mia vita… grazie.



A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini

Ci sono cose a cui non so resistere

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Il disegno può essere contagioso, io ben lo so. Una persona, che molti di voi conoscono per le sue capacità nello scrivere, ha iniziato a disegnare.

In realtà era già decisamente brava, ma ha iniziato ad esercitarsi con più assiduità. Mi ha fatto il piacere di inviarmi alcuni suoi disegni e vi assicuro che sono molto belli.

Ieri mi ha mandato un disegno di Totoro. Era delizioso.

E si… ci sono cose a cui non so resistere.

Pur sapendo che un confronto tra me e Hayao Miyazaki, che con i suoi film e lo Studio Ghibli ha fatto la storia dell’animazione, non è neppure immaginabile, potevo resistere alla tentazione di cimentarmi anch’io con Totoro e Nekobasu.

… e no… non vi dirò il nome della persona che mi ha mandato i suoi disegni 🙂

Moon over Bourbon street

Tanto tempo fa Lisa mi chiese di disegnarle un lupo.

Diciamo che questo post è la riprova che nella vita non si deve mai perdere le speranze.

So che lei avrebbe abbinato al disegno una canzone degna.

Per me la scelta è stata facile con un bel pezzo jazz di Sting ispirato al romanzo di Anne Rice “Intervista con il vampiro”.

There’s a moon over Bourbon Street tonight
I see faces as they pass beneath the pale lamplight
I’ve no choice but to follow that call
The bright lights, the people, and the moon and all
I pray everyday to be strong
For I know what I do must be wrong
Oh you’ll never see my shade or hear the sound of my feet
While there’s a moon over Bourbon Street

It was many years ago that I became what I am
I was trapped in this life like an innocent lamb
Now I can never show my face at noon
And you’ll only see me walking by the light of the moon
The brim of my hat hides the eye of a beast
I’ve the face of a sinner but the hands of a priest
Oh you’ll never see my shade or hear the sound of my feet
While there’s a moon over Bourbon Street

She walks everyday through the streets of New Orleans
She’s innocent and young, from a family of means
I have stood many times outside her window at night
To struggle with my instinct in the pale moonlight
How could I be this way when I pray to God above?
I must love what I destroy and destroy the thing I love
Oh you’ll never see my shade or hear the sound of my feet
While there’s a moon over Bourbon Street

 

La dea – in collaborazione con Kinkynora

Le collaborazioni sono sempre molto piacevoli e se a scrivere è Kinkynora, che ringrazio, il risultato è assicurato. Dopo il suo racconto per Gola di velluto abbiamo deciso di riprovarci. Questo è il risultato, frutto della sua capacità narrativa e di un mio disegno.

Apre gli occhi e si ritrova in un ambiente sconosciuto, oscuro, sente gli arti legati, prova a muoversi ma non riesce. Riprende coscienza di sé lentamente e capisce di essere legata ad un letto, un bavaglio le chiude la bocca, solleva appena la testa per controllare il suo corpo e si intravede completamente nuda, ai polsi e alle caviglie delle corde che la trattengono agli angoli del letto. Si guarda intorno, sopra di lei un lussuoso baldacchino adornato di pesanti drappi color porpora trattenuti da nastri neri di raso. La stanza è in penombra, solo una piccola lampada illumina l’ambiente, le finestre sono oscurate da lunghe tende. La stanza è vuota, anonima, forse una stanza d’albergo ma non ha memoria di come ci sia arrivata e chi l’abbia legata al letto.

La donna in silenzio le porge un corsetto di pizzo nero. si alza dal letto e le va incontro, lo prende tra le mani e in un attimo lo ha già sul suo corpo. Le stringe la vita, si sente a disagio in quel pizzo, il corpo della donna davanti a sé è molto più sinuoso ed elegante, piacevole alla vista avvolta in una morbida vestaglia dai motivi orientali, lunghi spacchi sui fianchi mostrano le sue gambe candide, lunghe e affusolate, impreziosite da autoreggenti scure, deve essere una Dea. Le loro immagini riflesse nello specchio. Il confronto con quel fisico statuario la intimorisce, non ha il coraggio di guardarla in volto. La donna sbatte nervosamente il frustino sul palmo della mano opposta. Lei sente il suo sguardo addosso, si sente studiata, misurata, analizzata. Il disagio è insopportabile. Si volta di schiena e nasconde il volto fra le mani.

Carponi sul letto, pronta a ricevere la sua punizione. Davanti ai suoi occhi un uomo dal viso deforme la fissa e ride, può vedere solo il suo volto dall’altro lato del letto, ride sguaiato e la sua risata fa crescere in lei un moto di sdegno, di disprezzo profondo. Sente scivolare sulla pelle nuda il frustino, freddo e liscio. Scivola piano sulla sua schiena, segue la linea curva dei glutei esposti, si infila nella piega fra le natiche e indugia sul suo sesso. Il contatto con l’oggetto si perde per un attimo, il colpo arriva netto, feroce e inaspettato. Il suo corpo si irrigidisce, il dolore arriva veloce al cervello come un lampo, si espande caldo e violento, quasi liquido fra le sue gambe. Trattiene a malapena un gemito. Seguono altri colpi, veloci e ravvicinati, violenti e imperterriti a colpire sempre la stessa parte. Le lacrime scivolano senza controllo sul suo viso, i singhiozzi echeggiano nella stanza.

Inginocchiata sul letto osserva la Dea avvicinarsi. Le parla ma le sue labbra non si muovono, sente la sua voce soave scioglierle qualcosa dentro. Ti toglierò tutta la tua libertà, tutta. La guarda in viso, un viso dolce e materno, solo gli occhiali la rendono più austera. La sua voce è miele che scivola vischioso e si attacca alle pareti del suo animo. Richiedo disciplina. Occorre tempo. Occorre che io ti entri dentro. La Dea arriva alle sue spalle, il frustino ora è solo una lieve carezza sul suo petto, la cinge, la protegge. Lei si abbandona alla sua Dea, chiude gli occhi e si lascia andare.

Il buio.

Il vuoto.

Si sente cadere nel vuoto.

Atterra pesantemente. Riapre gli occhi di scatto. Nel suo letto, nella sua stanza. Il sole entra prepotente dalle fessure delle persiane. Una mano fra le gambe, dentro le mutandine, dentro di lei due dita strette nella sua calda umidità, strette ancora fra gli ultimi spasmi del piacere.