EmozionalMente 8. A Molly e Lisa. Malinconia.

Continua la collaborazione con Lisa Molly . Malinconia.


Ci sono cose talmente belle da togliere il fiato. Ci sono momenti talmente intensi da essere perfetti.
In quei momenti siamo in armonia. Viviamo in una bolla… sospesi.

Ma sappiamo che la bellezza è fragile, delicata. Basta nulla per spezzare questo incanto. Per quanto ci è possibile ne godiamo, la preserviamo e ci muoviamo cauti per non rovinarla.

Mono no aware, così la chiamano i giapponesi. Una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione di malinconia legata al suo incessante mutamento e alla sua fine.

Un concetto complesso e delicato.

La sakura ne è la rappresentazione più nota. La struggente bellezza dei fiori di ciliegio e la consapevolezza che basterà un soffio di vento per portarli via.

Questa è la mia malinconia, sulle dolci note di uno shakuhachi.

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Oggi un’amica mi ha detto: “Pianificare è diventata la parola del secolo”.

Pianifichiamo le attività, il lavoro, gli impegni, la vita.

So che per alcuni è una necessità, un modo di trovare la sicurezza nelle proprie azioni.
Pianificheremo anche cosa fare nel caso salti la nostra pianificazione?

Siamo sicuri di voler prevedere davvero tutto?

La prospettiva giusta sarà davvero questa?

L’inaspettato, anche quando ci ferisce, non sarà quello che ci rende davvero vivi?

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Ciottoli

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Cammino sulla spiaggia a piedi nudi, le onde mi lambiscono le caviglie. Osservo i piccoli ciottoli colorati del bagnasciuga. Alcuni solleticano, pungono, talvolta fanno male. So cosa sto cercando, ho uno sguardo allenato, lo facevo da bambino, lo faccio ancora.

Una pietra piatta, tonda, levigata. La raccolgo e la giro tra le mani, la accarezzo, la soppeso. Osservo le onde, la loro cadenza, il loro rumore, sento il loro profumo. Una si è appena infranta, inizia a ritirarsi lasciando solo morbida spuma bianca. La furia che diventa una carezza. Un’altra si forma più lontana, la posso vedere, so che arriverà, che si infrangerà con impeto, ma c’è ancora tempo. Il mare è piatto, liscio in quei pochi istanti sospesi.

Un rapido movimento del polso e scaglio la pietra lontano. Ruota veloce, tocca la superficie dell’acqua, ma non si arrende, non vuole inabissarsi, rimbalza, rimbalza, rimbalza. Mi piace contare i salti che fa, come da bambino, anche se ora ho il viso più duro, quando la vedo saltare sorrido.

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Scarlett

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Ispirato alla fantascienza classica, a Fredrick Brown e al suo “La sentinella”

Quando la porta si spalancò l’odore acre dell’aria mista a polvere gli aggredì la gola. Le nuvole scure si stavano avvicinando da oriente stagliandosi chiaramente nel cielo viola della mattina. Quella notte ci sarebbe stata una tempesta di fulmini.

Quel pianeta era stato conquistato con il sangue di tanti giovani soldati. Finita la Prima Grande Guerra Galattica erano arrivati loro, gli scout. Erano passati 50 anni ma ancora si ricordava i discorsi, siete i semi da cui rinascerà l’umanità, la grande nave cargo, la costruzione della cupola.

“Dovete preparare l’avamposto per la nascita della prima città su questo pianeta, una nave di coloni vi raggiungerà. Il genere umano vi è grato!”

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La rabbia e l’amore

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Dedicato a Gintoki, alla sua casa meravigliosa e ai suoi post che trovo fantastici.

In quei pomeriggi ancora caldi di inizio autunno la natura era rigogliosa, buona, come una madre che lo accudiva, che lo accarezzava con lievi tocchi di foglie morbide, lo coccolava con profumi di fiori, lo rassicurava con la sua voce di vento attraverso gli alberi. La madre che lui non aveva mai avuto. La mancanza di tutta la sua vita, la mancanza che lo aveva reso quello che era.

Non aveva mai avuto nessuno accanto, era sempre stato solo, dimenticato. Ma in quel parco di quella grande villa la Madre le aveva regalato lei, il suo amore. Tutti i giorni aspettava trepidante di uscire in giardino per cercarla, ed era sempre li che lo aspettava. Passeggiava nel grande parco con lei, cinta solo da un lenzuolo bianco. Non aveva bisogno di parlare, solo qualche parola sussurrata. Lui sapeva che che lo capiva, comprendeva i suoi pensieri che per gli altri spesso non avevano senso, significato.

Anche quando arrivavano i suoi giorni cattivi, la parte di lui che odiava, che cercava con tutte le sue forze di scacciare, ma che regolarmente vinceva, lei gli stava vicino, non lo giudicava, non lo compativa. La sua presenza lo calmava, leniva il dolore e la rabbia che lo trasformava. La dolcezza contro l’ira, il suo amore contro il vuoto dell’anima.

Non si curava mai degli altri mentre passeggiava in sua compagnia, anche se commentavano, parlavano, correvano, urlavano. Silenzioso e lento passava loro accanto fissando negli occhi il suo Amore. Non si erano mai toccati, sfiorati, ma si amavano. A lei bastava così. Lui non aveva più bisogno di quelle cose, aveva rinunciato ai piaceri della carne tanto tempo fa, non ricordava neppure quando, ma ricordava il perché.

Ricordava i suoi sogni impuri su quella madre che non aveva mai conosciuto, come la immaginava, come la desiderava. Ricordava il tormento che non riusciva a sopportare, con cui non voleva e non poteva convivere. Ricordava il suo lui cattivo, di cosa lo costringeva a fare, Ricordava la vergogna per i suoi atti che tutti dicevano contro natura. Ricordava dell’unica volta che aveva vinto contro l’altro, infliggendosi quella mutilazione che lo aveva straziato.

Ricordava l’ambulanza, i medici, l’affannosa e disperata corsa contro il tempo per salvarlo… e ricordava che avrebbe voluto urlare, fermarli… Lasciatemi morire, che l’altro muoia con me.

La sera i medici lo venivano a prendere quando doveva rientrare nel grande ospedale psichiatrico. Dalla finestra della sua stanza, prima di dormire, si affacciava al finestrone che dava sul giardino. La figura del suo grande Amore, che solo lui poteva vedere lo attendeva in piedi brillando alla luce della luna.

Lampo

Il sakè gli bruciava ancora in gola, come il sole mattutino di quel meraviglioso giorno di agosto. Il lucente splendore del mare interno era di una bellezza da togliere il fiato. Amava il mare, la Marina Imperiale, l’imperatore e amava Keiko.

Doveva dirglielo, il sakè lo avrebbe aiutato. Aveva fatto la strada che lo divideva dalla casa di lei tante, troppe volte, ma quella mattina tutto gli appariva diverso, più vivo, più vero. Voleva assaporare ogni cosa, inebriarsi con i colori, i profumi, le parole, non voleva dimenticare.

Quando si sedette davanti a Keiko non ci fu neppure bisogno di parlare, lei lo capì. Si alzò lentamente, il corpo ornato da quel kimono rosso, e iniziò a preparare il the.

Mentre compiva quel complesso rituale gli sussurrò: “Io ti aspetterò finché non tornerai, sarò tua per sempre”

“Io non tornerò Keiko, domani il mio spirito sarà un vento divino”

Lei non pianse, non parlò, ma lentamente sciolse l’obi e lasciò scivolare il kimono. Si inginocchiò davanti a lui: “Prendimi”

Si sfilò la divisa e la cinse da dietro. Senza parlare penetrò nel suo sogno mai colto, dapprima lentamente, poi la dolcezza lasciò il posto al piacere e infine a una foga quasi animale, come un ultimo segno di attaccamento alla vita.

Nel momento in cui insieme raggiunsero il piacere il lampo accecante della Bomba squarciò il cielo. Per loro fu una dolce morte.