Sconosciuti – Gola di velluto #7

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Una blogger, che preferisce rimanere anonima, mi ha inviato questa sua storia / fantasia.


Non so niente di te, e non voglio sapere niente, so solo che da quando ti sento al telefono mi provochi un ‘eccitazione incontenibile, che se penso al nostro incontro ti voglio nuda, e mia.
Voglio averti.
Al buio nella tua stanza alle 17.
Io e te sconosciuti.

Rimasi a fissare quella mail per qualche minuto, la rilessi e la rilessi ancora. E più la leggevo, più nella mia testa era la sua voce a pronunciare quelle parole.
Dallo stupore (un pazzo?) passai allo sdegno (come si permetteva), per passare al pensiero di un contratto sfumato e la rabbia per il tempo perso (vaffanculo stronzo!) poi esplosi in una risata (era uno scherzo?) e infine, in maniera del tutto inaspettata, mi ritrovai eccitata.
Quella morsa intensa al basso ventre, e alla bocca dello stomaco, il sesso che si contraeva, un brivido lungo la schiena e la sensazione che gli slip fossero intrisi di desiderio.
Echeggiava la sua voce nella mia testa, non più dati e termini tecnici, ma le parole di quella assurda mail.

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La fine

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Correva a perdifiato verso il rosso del sole che tramontava. I muscoli tesi allo spasmo, le narici dilatate dallo sforzo, rivoli di sudore che colavano lungo il suo manto di un nero lucido.

Ora che i suoi zoccoli potevano nuovamente calpestare la soffice erba verde e non più quelle odiose strisce di asfalto grigio poteva esprimere tutta la sua potenza.

Arrivato alla radura ove la mandria si era accampata per passare la notte, si diresse subito verso il grande albero che dominava un piccola collina dove il generale Nahar si stava radunando con i suoi i suoi luogotenenti.

“Quali notizie mi porti Asaluf?”

“Tutta l’area intorno alla città è sgombra mio signore!
Abbiamo incontrato solo qualche sparuto gruppo di pellebianca che cercava di scappare.
Quasi nessuno era armato.
Hanno avuto quello che meritavano!”

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La prima volta non è mai perfetta – Gola di velluto #4

Una blogger o un blogger mi ha inviato tramite il form questa sua storia / fantasia.

Oramai sono mesi che la notte sogno Lui. All’inizio non capivo, i sogni erano impregnati di cose e di fatti che confondevano un po’ le acque. Poi il suo corteggiamento è diventato un po’ più esplicito, anche se sempre estremamente galante e vagamente distaccato, e i sogni di conseguenza sono diventati meno sibillini.

Lui è così comprensivo, intelligente, dolce, rilassante… Sarebbe tutto perfetto se non fosse che è sposato, ha 15 anni in più di me ed è il mio diretto superiore, uomo molto noto, stimato e rispettato mentre io… Beh, io sono io.

Cedere alle sue lusinghe sarebbe davvero sbagliato, un errore clamoroso. Se si venisse a sapere io sarei etichettata come troia arrivista e per la vergogna dovrei dare le dimissioni.
Eppure, giorno dopo giorno, sento crescere l’attrazione e l’affetto, nonostante cerchi di frenarmi in tutti i modi.

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Incontro al buio

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Giocava a Tinder, così diceva lei. Era divertente svogliare quel catalogo umano di possibili corteggiatori o semplici scopatori per una notte. Migliaia di vite scorrevano su quello schermo, visi, mani, pezzi di corpo. Ognuno aveva dietro una persona, una storia. Come era finito in quella “scatola”? Era solo o aveva un rapporto che non lo soddisfava? Cercava davvero un amore o voleva solo scopare? Era troppo timido o solo pigro?

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Lampo

Il sakè gli bruciava ancora in gola, come il sole mattutino di quel meraviglioso giorno di agosto. Il lucente splendore del mare interno era di una bellezza da togliere il fiato. Amava il mare, la Marina Imperiale, l’imperatore e amava Keiko.

Doveva dirglielo, il sakè lo avrebbe aiutato. Aveva fatto la strada che lo divideva dalla casa di lei tante, troppe volte, ma quella mattina tutto gli appariva diverso, più vivo, più vero. Voleva assaporare ogni cosa, inebriarsi con i colori, i profumi, le parole, non voleva dimenticare.

Quando si sedette davanti a Keiko non ci fu neppure bisogno di parlare, lei lo capì. Si alzò lentamente, il corpo ornato da quel kimono rosso, e iniziò a preparare il the.

Mentre compiva quel complesso rituale gli sussurrò: “Io ti aspetterò finché non tornerai, sarò tua per sempre”

“Io non tornerò Keiko, domani il mio spirito sarà un vento divino”

Lei non pianse, non parlò, ma lentamente sciolse l’obi e lasciò scivolare il kimono. Si inginocchiò davanti a lui: “Prendimi”

Si sfilò la divisa e la cinse da dietro. Senza parlare penetrò nel suo sogno mai colto, dapprima lentamente, poi la dolcezza lasciò il posto al piacere e infine a una foga quasi animale, come un ultimo segno di attaccamento alla vita.

Nel momento in cui insieme raggiunsero il piacere il lampo accecante della Bomba squarciò il cielo. Per loro fu una dolce morte.

Kathmandu

Dedicato ai sogni di Demonio e a una città meravigliosa.

Le vette innevate stregavano il suo sguardo. Ci erano voluti quasi 30 giorni per arrivare, un viaggio estenuante e difficile. Man mano che si allontanava da quello che aveva, da quello che era, il suo spirito si svuotava, si liberava. Ora si sentiva nuovo, puro… Durbar Square lo accolse come in un abbraccio, come in un utero caldo fatto di colori, di profumi di spezie e di merda, di fiori putrefatti sotto le statue di Shiva e di nuvole di hashish.

Si avvicinò a un gruppo di ragazzi che condividevano col lui il sogno di un mondo diverso. Uno gli porse un cilum e un vecchio zippo. L’odore delle pagine del suo passaporto che bruciavano mischiate a quelle della droga lo stordirono. La voce roca di Bob Seger gli pulsava nelle tempie, la chitarra tagliente di Jimi Hendrix gli scavava la pelle.

Quando infine il sole si arrese dietro il tetto della stupa una mano lo prese e lo condusse attraverso i vicoli di Kathmandu fino a una porta. La mano aprì e lo aiutò a sedersi su un tappeto lercio. Sotto gli occhi di Ganesh che lo fissavano da una piccola mensola altre mani gli portarono delle ciotole con del cibo e dell’Orange Sunshine. Dove era la sua mano… lo aveva lasciato solo?

La sua mano riapparve, lo prese e lo portò nel cortile. Tante mani lo attendevano, mani e corpi. Mani che accarezzavano, che penetravano, che grondavano. Corpi che si intrecciavano, si univano e godevano. I corpi insieme parevano un’animale, che si muoveva con le sue dieci, cento, mille parti, bocche, vagine, peni e culi. Dalla gola dell’animale uscivano rantoli e fiato, umori e vomito. E la sua mano divenne un corpo intrecciato al suo e insieme divennero parte dell’animale.

Essere l’animale andava oltre ogni capacità immaginativa: era la cosa più dolce che una mente divina potesse concepire. Dei, animali, personaggi di ere lontane, creature dei boschi, puttane, corti orientali, mitologie dei mari più profondi, tutto veniva attraversato dai flussi di desiderio che trasformavano i corpi continuamente, in un percorso in cui non riescono mai a percepirsi separatamente, un unico corpo è stato creato, un corpo che gode di se stesso e della propria autosufficienza. Sì, è stato partorito l’Ermafrodito,  le piccole menti partecipavano della sua unità, menti che ormai abitano nello stesso corpo.

Chiuse gli occhi e gridò: “Come siamo perfetti così! (cit.)