Addio Keiichiro Kimura

Omaggio a un maestro.

Tiger Man!!

Solitario nella notte va,
se lo incontri gran paura fa,
il suo volto ha la maschera:

Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man).

Misteriosa la sua identità,
è un segreto che nessuno sa,
chi nasconde quella maschera:

Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man).

è l’Uomo Tigre che lotta contro il male,
combatte solo la malvagità,
non ha paura si batte con furore,
ed ogni incontro vincere lui sa,
ma l’Uomo Tigre ha in fondo un grande cuore,
combatte solo per la libertà,
difende i buoni, sa cos’è l’amore,
il nostro eroe mai si perderà.

Ha tanti amici grande è la bontà,
ma col nemico non ha pietà.

Tiger Man!!

Tutti sanno che è invincibile,
lui sul ring è formidabile,
nella lotta è temibile il:

Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man).

Nella Tana delle Tigri lui,
di nascosto entra piano e poi,
con sorpresa assale tutti il:

Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man), Tigre (Tiger Man).

E’ l’Uomo Tigre che lotta contro il male,
combatte solo la malvagità,
non ha paura si batte con furore,
ed ogni incontro vincere lui sa,
ma l’Uomo Tigre ha in fondo un grande cuore,
combatte solo per la libertà,
difende i buoni, sa cos’è l’amore,
il nostro eroe mai si perderà.

Ha tanti amici grande è la bontà,
ma col nemico non ha pietà.

Ma l’Uomo Tigre lotta contro il male,
combatte solo la malvagità,
non ha paura si batte con furore,
ed ogni incontro vincere lui sa.
Ha tanti amici grande è la bontà,
ma col nemico non ha pietà.

Tiger Man!!

Scogliera

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Raramente mi ricordo i miei sogni. A volte ne riesco a rammentare qualche frammento appena sveglio che mi sfugge immediatamente.
Questo lo ricordo, lo voglio scrivere prima che svanisca.

Il mare è di un blu, intenso e profondo, screziato dal bianco delle increspature delle onde.

La spuma bianca sbatte fragorosa contro il nero lucido della scogliera, l’acqua si insinua tra le rocce, come le mani tra i cuscini e tra le coperte.

Ti avverto, ti sento anche se non ti vedo. Risali lungo la parete di roccia, piccoli anfratti, spinose piante di cardo che testarde si ostinano a vivere nonostante tutto aggrappate alle rocce.

Pare un sentiero, a mezza costa, ma sono solo piccoli anfratti, la parete si fa nuovamente verticale. Salgo, ti sento, voglio afferrarti ed aiutarti a salire fino al piano.

In cima un’impervia mulattiera, grandi rocce dissestate, ciottoli scomposti e terra. Vedo i passi, procedi a fatica sui tuoi alti tacchi a spillo.

Vedo le tue caviglie piegarsi in modo innaturale. So che sto provando a sorreggerti per le spalle pur vedendo solo i tuoi piedi.

Man mano la strada si fa più liscia, cammini più veloce, più sicura.

Continuo a vedere solo le scarpe, le caviglie, ma sono certo che siano le tue.

La strada ora è di bianche lastre di marmo.

Corri veloce, senza peso. Grazia infinita sui tuoi tacchi alti. Mi distanzi.

Corro e mi affanno, ma non riesco a raggiungerti.

Il ricordo del sogno se ne è andato. Non sono riuscito a scrivere tutto, so che ho perso dei pezzi, delle immagini. Svanite come te alla fine del sogno, elegante e sinuosa sui tuoi tacchi a spillo.

Giorni

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Ci sono giorni speciali.

Ci sono ricordi di giorni speciali.

Una bella giornata di sole, emozioni, viaggi che iniziano, sguardi, attese e arrivi.

Macchine aperte, amici, stanchezza e felicità.

Ci sono giorni che prepari, sperando che tutto sia perfetto.

Ci sono giorni che perfetti lo sono.

Ci sono giorni che per un attimo pensavi che non sarebbero mai arrivati.

Ne sono passati tanti di giorni. Correndo, costruendo, inciampando, piangendo, stringendosi, amandosi.

E ci sono giorni, che dopo così tanto tempo, ti chiedi se rifaresti e ti rispondi di si.

Ci sono giorni che sono stati tra i più belli della tua vita.

E poi ci sei tu.

Prospettive 2 di 5

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Devi cercare di vedere le cose dalla giusta prospettiva!

Non ditemi che non vi hanno propinato questa meravigliosa “massima” un bel po’ di volte nella vita. Io, giusto per cadere nella banalità più assoluta, ho cercato di propinarmela anche da solo.

Credo però di essermi stufato di tentare di dare la giusta prospettiva ad alcune cose, ma aver iniziato ad accettare i fallimenti in quanto tali e essere riuscito a dare il giusto valore ai successi.

Forse la giusta prospettiva non bisogna cercarla, ma semplicemente goderne quando ce ne capita una buona davanti e se proprio siamo stufi di aspettare quella perfetta, possiamo disegnarla.

Prospettive 1 di 5

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Meraviglioso lo studio del disegno e della prospettiva. Ci insegna che tutto, visto dalla giusta “angolazione” può essere affascinante. Ed è inutile chiedersi come sarebbe da un altro punto di vista.

Il punto di vista alla fine lo sceglie solo chi disegna.

Anche nella vita dovremmo smettere di chiederci cosa sarebbe cambiato se avessimo fatto scelte diverse. Quelle scelte, in fondo, le abbiamo prese solo noi.

Io sto cercando di farlo.

Da bambino ero molto sensibile – Gola di velluto #6

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Per troppo tempo i racconti che mi avete inviato sono rimasti chiusi nelle mie mail. Come già vi dicevo a luglio, me ne scuso, ma ora si ricomincia!

Un blogger, che preferisce rimanere anonimo, mi ha inviato questa sua storia / fantasia.
Piccoli refusi presenti nel testo sono stati da me volontariamente lasciati.

Già quando ero piccolo mostravo dei caratteri che poi si sarebbero resi più evidenti crescendo. Ricordo che non socializzavo bene con gli altri bambini, infatti mi divertivo di più da solo. I miei non capviano perché mi comportassi così oppure non volevano capire.
Sta di fatto che per me l’infanzia è stata sempre molto turbolenta, incasinatissima, un periodo veramente brutto!

Non riuscivo a integrarmi, non mi sono mai integrato. Così quando è arrivato il momento di scegliere ho pensato che la mia strada poteva essere quella del convento. Lì ho conoscuito i momenti più belli della mia vita.

Chiuso nello studio e nell silenzio, tra persone per bene, con gli stessi interessi miei…… Ero finalmente LIBERO!! LIBERO di esprimere quello che mi piaceva e di essere come ero, perché tutti i miei amici là dentro erano come me. Onon mi dicevano nulla se non ero come loro. D’altronde si sa, scaglia la prima pietra chi è senza peccato!

Il primo anno di studio è stato veramente bellissimo! Le lezzioni erano tutte belle ed ilavori tanto e quindi non avevo tempo per distrarmi. Poi però, al seoncdo anno, è successo il problema…..

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Samurai – Itto Ogami

Dedicato a Mela, a Lisa e a tutti quelli che condividono alcune mie passioni.

Appena qualche giorno fa ho pubblicato un post su un samurai.

Nei commenti Mela mi ha ricordato di una serie che guardavo da bambino.

Pensavo di essere uno dei pochi che la ricordasse, ma a volte tendo a dimenticare che qui su WP si incontrano persone straordinarie. Al Club si è poi unita anche Lisa, del cui Dojo ho avuto l’onere più volte di fare parte e magari qualcun’altro si paleserà.

La serie narrava le gesta di un samurai senza padrone, un rōnin, chiamato Itto Ogami, interpretato da Kinnosuke Yorozuya, che aveva le espressioni più “giapponesi” che si possano immaginare.

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Le formiche

 Per Mela e per la sua curiosità.

Stavo cercando di convincere Mela a lanciarsi nel magico mondo del disegno. Ovviamente non lo facevo per gentilezza, ma per cercare di irretire qualcun altro in questa passione che da un po’ occupa tutti i miei rari momenti liberi e che mi frega le poche ore di sonno che ancora potrei avere.

La donzella, non accettando i miei consigli, cercava di nascondersi dietro un dito, dicendo che io disegnavo già da ragazzino ricordandosi del mio paperino incazzoso.

In realtà gli unici veri disegni che ricordi, a parte schizzi preadolescenziali che non meritano menzione, sono proprio tutta una serie di paperini e le formiche dal pisellone.

Visto che queste ultime hanno acceso la curiosità di Mela ve ne racconterò la genesi.
Al tempo, non so se solo nella mia classe o dappertutto, scoppiò la mania delle formiche  di Fabio Vettori, che i più attenti di voi ricorderanno (ammesso che abbiate l’età per poterlo fare).

E così, in special modo tra le fanciulle, fu tutto un fiorire di magliette, diari, quaderni e portapenne con le dannate formiche. In particolar modo la fanciulla più carina della classe, tal Giorgia, era una vera appassionata.

Per cercare di far colpo sulla suadente biondina, non potendo contare su auto, motocicli o un fisico scultoreo, iniziai a lasciare sul suo banco disegnini ispirati proprio alle sue adorate formiche, ovviamente reintepretandole a mio modo. I bigliettini erano all’inizio rigorosamente anonimi, perché la curiosità sa essere davvero carogna ed è un arma che va sfruttata.

Fatto sta che dopo due mesi di formiche e di corteggiamento serrato la fanciulla capitolò e tra noi nacque una meravigliosa storia d’amore della durata, se non ricordo male, di 4 o 5 giorni. ma tant’è!

Da allora non disegnai più formiche e tornai al tema paperini.

Per soddisfare la curiosità di Mela ho provato a ridisegnarle, scavando nei ricordi di 35 anni fa. Non so se fossero proprio così, ma io almeno così le ricordo. La cosa strana è che ricordo più le formiche che il volto di Giorgia.

Incazzoso!

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Ancora una volta ci sono cascato, ho dato retta a Ysingrinus! Ho letto della sua passione per Topolino e per  i fumetti Disney.

Come un flash mi sono ricordato di un particolare, sapete quei ricordi che ti spuntano in testa così, che pare per caso. Mi sono ricordato che ci fu un periodo, credo fosse in prima o secondo liceo, in cui passai mesi a disegnare facce di Paperino.

Tanti Paperino, anzi, tante facce di Paperino perché non disegnavo il corpo, sempre e solo incazzose. Non so perché lo facessi, forse per moda, forse perché io incazzoso non lo ero o forse perché lo ero dentro e non lo facevo vedere.

A quell’età schifosa in fondo chi davvero non lo è?

La mia smemoranda ne aveva uno sulla copertina. Su fogli, quaderni… sul mio zainetto invicta.

Li disegnavo a memoria, quasi senza guardare, con un movimento automatico.

Il becco, gli occhi con le sopracciglia aggrottate, le nuvolette. Il cappello e il farfallino per finire.

Tutto finì un triste giorno in cui, preso da estro creativo, decisi che il volto incazzato di Paperino sarebbe stato l’ornamento ideale da disegnare sulla schiena di quel giubbottino di jeans nuovo che mia madre mi aveva appena comprato.

Armato di uniposca creai uno stupendo paperino incazzoso. Ero molto fiero. Mi ci volle un intero uniposca bianco! La faccia di mia madre quando lo vide, a confronto, mi fece capire che la faccia di Paperino non era affatto incazzosa, anzi! Al massimo un po’ accigliata. E che le nuvolette di fumo non sono delle sciocche invenzioni dei disegnatori Disney per caratterizzare un’espressione. Qualcuno sa farle davvero!

E così la mia carriera da fumettista fu stroncata ancora prima di iniziare.

Eccolo lassù, in cima al post, il mio Paperino incazzoso. Ti riconosco amico mio, ti disegnavo proprio così. E’ bello rivederti dopo tanti anni, hai dormito in un angolo del mio cervello e sei venuto di nuovo a farmi visita?

Sotto permetterai che provi anche un’altra espressione, un altro personaggio. Non essere geloso, sai che loro non contano nulla, hanno solo riempito un po’ il foglio.

L’agenda di pelle verde

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Le cose a volte mi sfuggono di mano. Provo a trattenerle, a stringerle, a conservarle.

Pensieri, ricordi, date. Un’agenda, forse basterebbe anche solo un’agenda. In cui segnare, catalogare, prendere scrupolosamente appunti. Una bella agendina dalla lucida copertina di pelle verde brillante.

Non questo schermo, freddo asettico, che abbiamo sempre davanti. Che ci dice tutto, ci risponde, ci consiglia, ci nasconde.

Una penna, una stilografica rossa, per vergare sulla carta quello che voglio trattenere. Vorrei avere una calligrafia bella e nervosa, con le lettere eleganti. Ho dei libri, me li diede mio nonno, a margine appuntava i suoi pensieri. La ricordo ancora la sua penna, nera, con un bel pennino dorato e intarsiato. Ricorso la sua calligrafia, decisa nonostante l’età.

Ti penso raramente, ma se chiudo gli occhi riesco a vedere ancora chiaramente il tuo volto. E scopro che mi manchi. A volte vorrei ancora parlare con te, confidarti i miei successi, le mie ansie. Farti vedere quello che ho costruito e quello che sono diventato. Parlarti come da piccolo delle mie paure, perché tu sapevi come farle passare.

Forse dovrei scrivere, come faceva lui, pagine fitte ed ordinate. Teneva un diario mio nonno, l’unica cosa che non ha mai condiviso con me. Sono i sogni di un vecchio diceva. Io non capivo, ero solo un bambino e non avevo altro che sogni. Ora capisco quanto sia importante conservare i sogni, le fantasie, le speranze. Le pagine, la carta e l’inchiostro sono fatte per conservare i sogni, non i blog.

A volte guardo le mie mani, i pugni serrati, le nocche bianche per lo sforzo. Non le apro per paura che tutto mi scivoli via come sabbia tra le dita e per timore di trovarle vuote.

Vorrei essere padrone della situazione, padrone di me, della mia vita. E invece le cose accadono, le date si dimenticano, nonostante tu me le abbia ripetute mille volte, i fatti ti travolgono e ti lasciano a volte senza fiato. Stare calmo, tranquillo a volte mi toglie lucidità

Dovrei scrivere, appuntare, segnare. Le cose che mi devo ricordare, le cose che mi dici, i momenti che viviamo. Il sapore della tua pelle, la bellezza della casa a Reggio Emilia, i sorrisi, il veleno che a volte ci contamina il cuore.

Riaprire la mia agendina verde. Sentirne il profumo della pelle e dell’inchiostro di china. E scoprire che ho riempito le pagine solo di disegni del tuo viso e del tuo corpo.