Vuoi veramente sapere chi sono?

Otto ore in aula, corso di formazione aziendale per la valorizzazione delle proprie competenze ed attitudini. Che già detto così è una cosa che mette i brividi.

Si presenta un manichino ingessato dalla mascella quadrata che neppure Ridge Forrester nei tempi migliori. Completo grigio, cravatta verde elettrico e scarpa nera lucida scolpita. Tono e modalità sono una via di mezzo tra un tele predicatore americano che vuole convincerci della venuta di Dio sulla sua astronave luccicante e Joseph Goebbel nel 1939.

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La libreria della memoria

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Ho una libreria, ampia e ordinata. Centinaia di libri, volumi, semplici riviste, tutti ben allineati. Alcuni sono vecchi e dalle pagine ingiallite, alcuni finemente rilegati e in carta patinata, alcuni sono semplici fogli sparsi. Come i libri della mia memoria. Ci sono dei ricordi che ti restano dentro, anche se non lo sai, in qualche scaffale, dove tu li hai confinati. Li hai messi lì per un motivo.

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La mia amante

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Il ventilatore da soffitto gira veloce e rumoroso sopra il nostro letto, perché a te il condizionatore non piace. L’aria calda e umida come il tuo respiro ci avvolge e ci abbraccia. Dalla finestra posso annusare il verde giardino e vedere il mare.

Il viaggio è stato lungo e faticoso, la strada che ci ha condotto a questa casa difficile e abbiamo rischiato di non arrivarci mai. Ma tutto qui pare perfetto, attraente, sensuale e umido come in un romanzo di Marguerite Duras.

Giaci nuda accanto a me ancora addormentata. Amo guardare il tuo corpo nella penombra mentre dormi. I tuo caschetto corto e spettinato, il tuo volto che pare rapito, le tue labbra, leggermente screpolate dal sole, che sanno essere più sensuali anche di quello Chanel rosso scuro che adori.

Il tuo collo, con quei piccoli nei che ho imparato a memoria quando aggrappata sopra di me inarchi la testa all’indietro, la tua schiena leggermente umida di sudore, il tuo culo che mi fa impazzire. Le tua gambe e quei piedi, piccoli, che senza i tacchi che ami paiono da bambina, e che tante volte affidi alle mie mani la sera per un massaggio, perché dici che con le mani ci so fare.

Qui tutto appare facile, primordiale. Apri dolcemente gli occhi e mi sorridi, mi cerchi ancora intorpidita dal sonno. Ci baciamo e ci accarezziamo lentamente, man mano le mani si fanno più audaci, i movimenti più rapidi, i respiri più profondi. Una goccia di sudore ti scivola tra i seni, la vedo scorrere come al rallentatore mentre inizi a sospirare. Con le mani ti cingo i fianchi e ti giro, ti ammiro la schiena mentre ti prendo come ti piace.

Voglio ricordare ogni attimo, assaporare ogni istante, inebriarmi di ogni sensazione.

Buona giornata amore.

L’aria fredda e pungente che mi colpisce in viso mi sveglia da questi ricordi. Il ronzio del motore della mia vespa oggi mi pare fortissimo. La nebbiolina mi avvolge come una strana coperta grigia. Forse perché sono un po’ grigio anch’io.

Il post

Dedicato alla sensuale m3mango e alla sua sigaretta che fa sognare tanti di noi.

Finì la birra, accartocciò la lattina e la gettò nel cestino sotto il tavolo della cucina, mancandolo come spesso accadeva. Viveva da solo, in quell’appartamento nella periferia di una grande città del nord. La casa dimostrava il disprezzo che lui provava per la vita. Da quando lei se ne era andata lasciandolo per un altro, lui era regredito a livello quasi animalesco.

“Non ne posso più… ti ubriachi, non mi guardi neppure più, tra noi non c’e’ stato più nulla da due anni ormai! Come fai a fare quella faccia sorpresa! Basta!”

E lei era uscita per sempre sbattendo la porta. In mano quella vecchia valigia marrone che mille anni prima gli avevano regalato per il loro matrimonio e che lui non aveva più voluto usare. La sua vita si era rinsecchita, il suo mondo collassato su se stesso. Ora era solo.

Con un rutto scacciò via quei pensieri, il sapore misto di acido e di birra di quart’ordine gli riempì la bocca. Il fumo della sigaretta e l’odore acre del suo sudore avevano impregnato l’aria, le pareti, il divano su cui la sera si addormentava. Spense il mozzicone sul pavimento cosparso di immondizia con le sue scarpe da lavoro imbrattate di fango e iniziò a mangiare.

Di ritorno dal cantiere dove lavorava si era fermato nella sua gastronomia cinese. Lo conoscevano bene oramai… tutte le sere ordinava le stesse cose.
A tutti appariva come un uomo disfatto, la pancia sformata dalle troppe bevute, la tuta sempre più lurida, la barba e i capelli incrostati.

Oramai solo quelli che lo conoscevano bene potevano intuire che sotto quella scorza di disperazione e di sporco, oramai quasi sopita, ardeva ancora una debole fiamma. Una fiamma gentile, quello che restava della sua umanità.

E lui la riversava tutta li, in quello stupido blog, in quel posto che era un sogno e dove lui poteva essere quello che voleva. Scrisse come tutte le sere di getto… vomitando fuori le parole. Rilesse avidamente quelle righe, che quasi gli sembrava non gli appartenessero, che erano quello che lui forse avrebbe voluto o potuto essere se solo le cose fossero andate diversamente. Scelse con cura la foto, perché la foto era importante, forse la cosa più importante.

Pubblicò e attese.

I like, i commenti, rispondeva sempre, a tutti. Lui che non parlava mai con nessuno li era libero. Nessuno lo giudicava per quello che era, per quello che gli aveva fatto la vita e per come era diventato.

Per tutti loro lui era solo m3mango.

 

L’invito del capo

Ok, va bene oggi ho le balle girate. Non è a causa vostra, lo so. Non ve ne sto facendo una colpa, davvero! Gentilmente non vi sopporto, miei cari colleghi. Ad onor del vero dopo un paio di risposte a grugniti quasi tutti voi, dotati di perspicacia, avete capito e mi state lontani.

E io, standomene per i fatti miei, sto decisamente meglio. Una bella passeggiata in pausa pranzo in questo schifo di quartiere dominato da due centri commerciali e quattro supermercati, in cui qualche genio dell’urbanistica è riuscito a collocare quello che definisce un giardino dentro lo scheletro di uno stabilimento industriale dismesso. Enormi palazzoni multicolore che sono la peggiore eredità delle olimpiadi del 2006.

Ma non mi importa, il camminare mi fa bene, uscire, starmene un po’ per i fatti miei. Telefonarti e sentire la tua voce… adoro la tua voce, sempre.

Qualche ora e torno da te.

Rientro in ufficio, apro Outlook e leggo la mail:

Da: Il capo
Inviato: mercoledì 16 dicembre 2015 13:22
A: Tutti
Oggetto: biccherata d’auguri

E’ sempre bello chiudere un anno di lavoro facendoci gli auguri per l’avvio di un nuovo ciclo che speriamo sia ricco di stimoli e prospettive nuove!
Siete tutti invitati Martedì 22 dicembre alle ore 19.00 per un Apericena con brindisi.
Per esigenze organizzative è gradita la conferma entro venerdì 18.
Grazie a tutti!
La direzione

e che palle!

Careful with that axe eugene

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A volte invidio le donne, possono essere nervose e irritabili una volta al mese, o giù di li, senza che le si possa incolpare di nulla. Mia madre era una vera professionista in questo, credo avesse una sindrome premestruale di 15 giorni in cui diventava sempre più intrattabile. E mio padre la guardava con quell’aria tenera ed accondiscendente, la capiva e la amava… Si, mamma è un pò nervosa… cose da donne mi diceva.

Ecco, in questi giorni sono così anch’io. L’umore varia tra il nervoso andante e l’incupito solitario… e non so cosa sia peggio.

E no, la mattina quando entro in ufficio e non saluto nessuno non è perché sono colto da improvvisa e momentanea cecità, tranquilli, vi ho visti… solo che non ho voglia di parlarvi.

E no, se mi inviti a prendere un caffè, così dai migliora… che oggi mi sembra che tu ti sia alzato con la gamba sbagliata… no, non migliora.

Sarà la chiusura di un po’ di questioni lavorative aperte… perché si sa, del tuo lavoro non frega un cazzo a nessuno, ma per fine anno bisogna finire tutto in modo poi che a Gennaio sia tutto pronto. E a Gennaio vorrò proprio vederli sti log file!

Sarà che è fine anno anche per me e il mio lavoro, che di solito adoro, in questo periodo mi stringe e mi costringe… un po’ come quel bel maglione, che ti è sempre piaciuto e ti ostini a non dare via, ma che alla fine è infeltrito e liso e la lana ti punge la pelle dandoti fastidio. Spesso mi parli del tuo di lavoro e anche se forse non saprei farlo, mi sembra di respirare aria fresca.

Sarà che abbiamo iniziato a preparare le valige, perché tu devi fare sempre tutto per tempo, e vederle li accanto alla porta tutte le mattine mi fa venir voglia di partire e scappare più che delle solite cose. Io sono abitudinario, lo sai, e per un abitudinario il trovare soffocante la routine è lacerante.

Sarà che davvero spero che questi giorni di pace con te spazzino via tutto quello che è stato.

Careful with that axe eugene…


Però alla fine ti ritrovi a scambiare due parole con un gatto… e scopri che ti fa piacere, che non è vero che non hai voglia di parlare con nessuno.